Pietro Marcello porta Pelesjan e Bellocchio a Venezia

Il coraggio di presentare davanti al pubblico patinato della 68° Mostra del Cinema di Venezia un documentario su un 74enne regista armeno sconosciuto al pubblico e perfino alla critica – almeno fino al 1983, quando il critico francese Serge Daney riuscì ad avvicinarlo e, insieme a pochi altri appassionati della sua opera, a farlo conoscere in Europa – poteva averlo solo un regista attento, curioso, controcorrente come Pietro Marcello.

Lui, che la settima arte ce l’ha nel sangue, al cinema ci era arrivato con passione e tenacia già a 24 anni: assistente alla regia del documentario “Gennarino” di Leonardo Di Costanzo e aiuto regista del film “Il ladro” di Sergio Vitolo, nel 2002 realizza il radiodocumentario “Il Tempo dei Magliari”. Approdato dietro la macchina da presa nel 2003, realizza i corti “Carta” e “Scampia” seguiti, l’anno dopo, da “Il Cantiere” (vincitore dell’11° edizione del festival Libero Bizzarri), “La baracca”  (premio del pubblico al Videopolis 2005) e “Grand Bassa”, docu-film nato dall’esperienza di volontario per una ONG in Costa d’Avorio.

Al Lido di Venezia Pietro Marcello sbarca nel 2007 per presentare “Il Passaggio della Linea”, documentario interamente girato sui malinconici e degradati treni espressi che tagliano in due l’Italia nelle lunghe notti di rimpianti e riflessioni e vincitore del premio Pasinetti Doc nella sezione orizzonti, della Menzione speciale premio Doc/it, candidato come Miglior Documentario di Lungometraggio ai premi David di Donatello 2008, andato in onda su Rai 3 all’interno di DOC3 ed uscito in edicola con la rivista “Internazionale”. Due anni dopo con il documentario sulla vera storia d’amore tra l’emigrato Enzo e il travestito Mary, due ex detenuti che si incontrano sullo sfondo di una struggente Genova ne “La Bocca del Lupo”, sbanca la 27° edizione del Torino Film Festival, vince il Nastro d’Argento e il David di Donatello per il miglior documentario dell’anno e si aggiudica riconoscimenti importanti al Festival Cinéma du Réel di Parigi, al Festival di Berlino e al Festival di Buenos Aires.

Quest anno il pasionario cineasta casertano torna a stupire pubblico e critica con “Il Silenzio di Pelesjan”. Il documentario, musicato da Marco Messina, prodotto da Fuori Orario e presentato da Enrico Ghezzi in conferenza stampa a Venezia mentre il “maestro del silenzio in immagini” se ne sta muto ai margini della sala, presenta l’opera di una leggenda vivente del cinema russo: pur con pochissimi minuti all’attivo nella propria filmografia infatti, Artavazd Pelesjan vanta il grande merito di essere l’inventore del cosiddetto “montaggio a distanza”. Un tipo di montaggio volatile e poetico, sfuggente e stupefacente, intenso e sperimentale, un iperbole in bianco e nero che non ha bisogno di parole per esprimere quello che c’è “dietro” l’immagine: la voce narrante di Marcello disegna universi, riscopre polverosi paesaggi russi, esplora da vicino volti umani che paiono disegnati a matita, ripercorre il viaggio umano e artistico del maestro, dal suo colloquio con la commissione d’ingresso della scuola di cinema fino alla visita alla tomba dei suoi maestri Klimov e Gerasimov), parla del suo silenzio. Un silenzio talvolta eloquente nella sua durezza, talvolta incomprensibile nella sua semplicità, un silenzio che racconta, con rispetto e consapevolezza, le scelte etiche e professionali del maestro, i momenti più importanti della sua vita, i frammenti più spettacolari della sua opera e li porta sotto i riflettori dopo decenni di buio e oblio.

Completamente diverso invece il breve e suggestivo omaggio a Marco Bellocchio: in occasione della consegna del Leone d’Oro alla carriera al regista piacentino nel corso dell’ultima Mostra Internazionale del Cinema, Marcello filma un documentario, presentato fuori concorso, che è una biografia per immagini di un cineasta fuori dall’ordinario. In 12′ il regista casertano ripercorre l’itinerario creativo dell’uomo che ha scritto tra le pagine più importanti del nostro cinema: “Marco Bellocchio, Venezia 2011” prende il via dai provini di ammissione al CSC e dal primo corto “Abbasso il zio”, filo conduttore dell’intera narrazione, orientata verso la continua ricerca di una trascrizione della realtà in immagini che si traduce nel poema, sinfonico e affascinante, di una vita interamente dedicata al cinema.

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