Cronaca di un “macello italiano”: Diaz- Don’t clean up this blood-

Al Bif&st di Bari, nella bellissima location del Petruzzelli, tra volti noti e tacchi alti, si è tenuta sabato sera la prima e attesissima proiezione di “Diaz -Don’t clean up this blood-”, il lungometraggio di Daniele Vicari sui fatti accaduti al G8 di Genova nelle giornate del 20 e 21 luglio del 2011.

Definita da Amnesty International come “la più grande sospensione dei diritti democratici dopo la seconda guerra mondiale”, quest’inutile massacro resta ancora oggi rammentato come zona grigia della nostra storia contemporanea. Ciò che venne definita da molti come una vera e propria “guerriglia urbana”, portò, oltre che alla morte di Carlo Giuliani (19 luglio 2001), circa 1000 feriti, 280 persone arrestate, e 50 miliardi di lire di danni.

Il produttore Domenico Procacci, alla presentazione del film, dichiara che “Rai, Mediaset, distributori, istituzioni, banche e privati si sono tirati indietro nella realizzazione dell’opera”.

La tensione è iniziata a salire quasi subito; le immagini, miscelate con quelle amatoriali -sono aiutate da una fotografia fredda che riesce a non farti avvertire il distacco tra la realtà e la finzione-, ti prendono allo stomaco immediatamente. Nel raccontare quel che avvenne, Daniele Vicari ha evitato di insistere con le scene di violenza e gi abusi di potere delle forze dell’ordine, concentrandosi maggiormente sugli sviluppi che portarono al massacro. Nonostante questo, le sequenze più terribili di Diaz restano un impressionante colpo da digerire, restituiscono in parte l’incubo che si trovarono a vivere le persone che avevano scelto di passare la notte in quella maledetta scuola genovese, ma, soprattutto, levano certezze a qualsiasi cittadino che dovrebbe sentirsi tutelato dalle forze dell’ordine e invece potrebbe ritrovarsi a vivere una situazione simile in un paese come l’Italia e per giunta solo 11 anni fa.

Diaz è un film corale, si sviluppa considerando diversi punti di vista: ogni sguardo è un possibile spunto riflessivo rivolto sulla scuola. Il tentativo è quello di mettere a fuoco ogni scorcio, dove i fatti si sovrappongono, c’è una ripetizione, un ritorno su determinati momenti chiave.

Diaz cerca, oltre di ricostruire le ragioni di quello scempio -e in parte quello che accadde alla caserma di Bolzaneto, alcune ore dopo-, delle risposte che palesano una facciata oscura del nostro paese.

Quando il film si conclude, prima dei titoli di coda, si riassume la sentenza per i poliziotti presenti al blitz: su più di 300 poliziotti che vi parteciparono, soltanto 29 sono stati processati e nella Sentenza di Appello, in 27 hanno riportato una condanna per lesioni, falso in atto pubblico e calunnia. Le condanne per lesioni e calunnia sono ormai prescritte, restano valide le condanne per falso in atto pubblico che andranno in prescrizione nel 2016.

Nel processo relativo ai fatti accaduti nel carcere di Bolzaneto sono stati imputati 45 tra poliziotti, carabinieri, guardie penitenziarie, medici e infermieri.

Per questo processo la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura ha costretto il tribunale a circoscrivere le condotte inumane e degradanti.

Il Giudice per le indagini preliminari ha scarcerato tutti gli arrestati e gli stranieri sono stati espulsi dall’Italia. Nessun governo europeo ha mai chiesto spiegazioni. Nessun poliziotto è stato sospeso dall’incarico.

 

Le luci del Petruzzelli si alzano, un’ovazione generale di circa 10 minuti. Diaz, almeno la prima volta che lo vedi, non si riesce ad analizzarlo tecnicamente. Forse manca un protagonista -ma non è detto che fosse indispensabile-. Non ha grandi virtuosismi registici -ma probabilmente nemmeno servivano-. Quello che ti lascia dentro è altro, quasi certamente ciò che conta di più, ciò che il cinema dovrebbe fare: indurre a riflettere. Negli sguardi tanta amarezza e stupore – c’è gente che non sapeva che questo fatto fosse accaduto in Italia!-, per uno “Stato”, troppe volte, assente nella tutela della democrazia.

 

Il processo per l’uccisione di Carlo Giuliani, la cui morte non è documentata nel film, non ha mai avuto luogo, è stata accolta l’archiviazione per legittima difesa. Secondo il Pubblico Ministero il proiettile fu sparato in aria dal carabiniere e deviato, nel suo percorso, da un sasso.

 

 

 

Trailer:

 

Il bif&st si terrà sino al 31 marzo

Sito: http://www.bifest.it/

 

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